 |
Quello compiuto da Michele Cannaò è un doppio viaggio
dell’immaginario compiuto con un’intenzione auto identificativa. Da una
parte la partecipazione individuale a una drammaturgia di passione e
morte di un Giusto tra gli uomini e le donne del suo tempo e di tutti i
tempi, dall’altra l’avventura poetica non meno intessuta di dramma e di
peripezie dell’uomo-ulisse prototipo di quell’identità che, attraverso
infinite esperienze e un processo iniziatico, configura il corso della
vita, le sue prove, i suoi problemi, i suoi esiti.
Per un binario narrativo
così emblematico, Cannaò ha dovuto mettere a punto due sistemi di
denotazione iconografica differenti, nonostante che il segno di cui ha
fatto uso sia pressoché il medesimo. E’ stato come cantare storie di
morte e d’avventura con gli stessi sostantivi, i medesimi verbi,
un’analoga punteggiatura, ma ottenendo ora il pathos e la malinconia,
ora l’euforia e la catarsi. E se la sequenza delle ‘stazioni’ di
passione del Nazareno fanno sovente ricorso al dato macroscopico che
evidenzia atti, moti d’animo, emblemi, dettagli, cioè aspetti distintivi
di un dramma che ha messo sotto gli occhi dell’autore stesso, ancor
prima che dell’osservatore, i vertici di una tensione espressiva, gli
oli su tela del ciclo Incanto appaiono ‘costruiti’ mediante un felice
connubio di forme sintetiche, segni archetipali, colori evocativi di una
mediterraneità e solarità che si coniuga costantemente ai miti marini e
alle derive umane e sovrumane di cui la storia europea è intessuta. (…)
|