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Questa è l’arte (...) L’artisticità di Cannaò è una sorta di magma in continua tensione, che esplode via via in varie direzioni, senza che se ne perda mai il nucleo di base; con un rapporto continuo tra la produzione grafica e pittorica e l’esibizione teatrale. (...) Cannaò parte, negli anni Settanta, da un paesaggismo caldo e vibrante, che già testimonia la sua volontà di indagare sulle tensioni interne a ciò che si vede. E subito dopo, infatti, le illustrazioni, non descrittive ma emotive, di testi teatrali sviluppano queste scelte interpretative; e questo presentarci ogni realtà come teatro, dunque come finzione, ma appunto per ciò simbolo. Cannaò da questo momento sviluppa, sia nella pittura sia nell’incisione, quella sua energia deformante, se si vuole di matrice picassiana, che tocca punti di grottesca tragicità. La patetica
goffaggine del toro che procede, a passo di danza, divertito nel suo
esibizionismo, è uno dei momenti alti di questa interpretazione del
vivere come assurdità permanente. Ci sono anche momenti, nella produzione
di Cannaò qui giunta a una sua ampia sicurezza espressiva, dove la
struttura compositiva tocca i limiti dell’astrattismo; o, meglio ancora,
l’impalcatura della scena, i fondali – sempre permeati di teatralità
– utilizzano schemi di tradizione metafisica. Ma è sempre come se
l’artista utilizzasse ogni stimolo culturale o suggestione iconografica
per farne degli stralunamenti insieme beffardi e tragici; quando le
immagini, specie se sono ritratti, assumono una fisionomia più pacata,
dentro vi leggiamo soprassalti trattenuti, l’ansia del mistero. Nell’ultima produzione, Cannaò sviluppa in particolare il tema del sogno; un tema alla Cervantes, reso più narrativo dalla presenza di personaggi in costumi di epoche diverse; ma si tratta appunto di costumi, cioè vesti da spettacolo, che frammischiano gli antichi romani ai signori del Cinquecento. Il tono leggendario, o di rievocazione fantastica, permea questa suggestiva opera pittorica e grafica di una coinvolgente capacità di seduzione: come se il male del vivere, facendosi spettacolo, divenisse propositivo. Questa è l’arte: rendere accettabile il male del mondo. |
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QUESTO è CANNAò Che
cosa intendiamo se parliamo di un vero, significativo ritrattista? Intanto,
e con semplicità, indichiamo un artista capace di rendere riconoscibile
la fisionomia della persona che rappresenta. A un artista è lecito
interpretare come vuole i soggetti che ha scelto a tema, o modello, della
sua opera; ma se lo definiamo ritrattista è necessario che ci trasmetta
un’immagine comunicativa, nella quale noi fruitori riconosciamo il
modello. È
una riflessione che giunge particolarmente opportuna a proposito di Cannaò,
disegnatore e pittore dal forte temperamento e dalla specifica personalità,
che è ben identificabile in tutto il percorso della sua attività.
Identificabile di volta in volta nella spietatezza e intensità del
tratto, nel corposo spessore che egli sa conferire all’immagine, nella
pesante ma comunque evidentissima resa fisionomica; ogni volta, appunto,
esemplare interprete della caratterizzazione del suo modello. Sicché, per
concludere, ogni volta diciamo “questo è Cannaò”, riconoscendone lo
stile; e contemporaneamente, se la persona ritratta è di nostra
conoscenza, anche casuale, “Questo è… eccetera”.
(...) Pittore
dalla mano sicura, non è soltanto ritrattista; è però nel ritratto che
lo identifichiamo con maggiore chiarezza e intensità; pur se, in vari
casi, si tratta di personaggi inventati o liberamente trasfigurati. Se vogliamo riassumere in un sintetico giudizio l’insieme della sua attività creativa, dovremo dire che essa ha un largo respiro: muovendo egli da argute o addirittura beffarde sequenze caricaturali per giungere a profonde introspezioni nei sentimenti. Ma questo è appunto il privilegio dei veri artisti: di essere sempre se stessi senza ripetersi mai. |
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